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editoriale

23 maggio 2013 - STEFAN KASPAR; UNO SVIZZERO INNAMORATO DEL PERU' CHE HA INVENTATO LA RETE DEI MICROCINEMA

In un nomdo che chiude le sale di cinema per farne dei Bingo o dei supermercati, un uomo solo sfida lo strapotere della fabbrica mediatica USA e crea una rete di cinema alternativi nel cuore delle Ande

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UNA RIFLESSIONE SULLE CATEGORIE DEI DIRITTI UMANI - IL CASO PALESTINESE


13 marzo 2013

di Amjad Alqasis - BADIL*

Betlemme, 5 marzo 2013, Nena News - Molte organizzazioni palestinesi per i diritti umani limitano il proprio raggio d'azione alle divisioni territoriali imposte dal potere occupante, Israele. Le organizzazioni si stanno adattando all'attuale realtà dei fatti, invece di andare alle origini storiche del conflitto. I colonialisti sionisti sono entrati in questo territorio con l'intenzione di colonizzarlo permanentemente. I movimenti, che sono emersi nella lotta contro tale colonizzazione, si sono lentamente scollegati l'uno dall'altro, da una battaglia comune a svariate battaglie.
Così, oggi nel 2013, sulla base delle realtà dei fatti (il Muro, l'espansione coloniale, le leggi discriminatorie all'interno di Israele, l'assedio di Gaza), la situazione che il potere coloniale ha creato ha avuto un forte impatto anche su coloro che provano a resistere alla colonizzazione.

La maggior parte delle organizzazioni limitano il loro mandato o all'interno dei Territori Palestinesi Occupati o all'interno di Israele, facendo il gioco israeliano, che ha come obiettivo l'isolamento geografico delle due aree.Inoltre, alcune organizzazioni circoscrivono ulteriormente il loro ambito di intervento: ad esempio, solo alla Cisgiordania, o solo alla Striscia di Gaza, o all'Area C, o a Gerusalemme Est. Nel momento in cui compiono tale restrizione, le organizzazioni stanno nella pratica confermando l'idea che la loro lotta sia confinata all'interno delle aree occupate nel 1967. Portando tale erroneo approccio al suo estremo, nei casi in cui le organizzazioni limitano le loro attività a Gaza o alla Cisgiordania, l'implicito punto di partenza diventano gli accordi di Oslo del 1994.

Eppure le realtà con cui abbiamo a che fare non sono cominciate nel 1994 né nel 1967, ma sono cominciato con l'emergere del pensiero sionista e lo sviluppo dell'idea di colonizzazione della Palestina. Questo è il punto di partenza della "questione" palestinese e dovrebbe essere riconosciuto come tale per poter cercare una soluzione. Nessuna organizzazione sarà in grado di trovare una soluzione, o qualcosa che si avvicini ad una soluzione, se parte dal 1967. Questa pratica di divisione geografica dei palestinesi è iniziata nel 1948 anche all'interno delle stesse comunità palestinesi finite in Israele. I cittadini palestinesi di Israele in Galilea e nel Negev sono profondamente divisi dalle autorità israeliane. Per Israele, i beduini palestinesi del Negev sono una categoria amministrativa a parte. Anche musulmani e cristiani sono considerati categorie separate e stesso dicasi per i drusi. Le Ong palestinesi in Israele che operano seguendo tali parametri dicono di avere a che fare con "villaggi drusi" e "comuni drusi". Questo accade perché Israele applica diversi contesti legali, budget e dipartimenti ministeriali e così influenza la parte palestinese spingendola a adottare tale approccio.

Tuttavia, la presa di coscienza politica su questo tema è emersa e cresciuta tra i palestinesi in Israele dalla metà degli anni Ottanta. Tale consapevolezza si è rafforzata grazie alla Prima Intifada e durante gli anni Novanta, con la firma degli Accordi di Oslo. I palestinesi cittadini israeliani hanno iniziato a capire che erano stati esclusi dal processo politico o da quello che veniva definito "processo di pace". Sono stati marginalizzati sia da Israele che dall'OLP che, in un certo modo, è la prima Ong palestinese ad aver seguito le linee geografiche imposte da Israele. Ciò è evidente nel fatto che l'OLP ha limitato il suo mandato ai confini del 1967, come linea guida per i negoziati. L'aver compreso che la propria esclusione dal processo politico avrebbe potuto minare il loro destino ha spinto i palestinesi israeliani a rivalutare le relazioni con Israele. Sono giunti alla conclusione che la loro lotta avrebbe dovuto avvenire solo all'interno della questione palestinese cominciata con la Nakba del 1948 e non con la Naksa del 1967.

Ogni palestinese, che sia un individuo, un'organizzazione, un comune o un movimento che segue le divisioni fatte dal potere coloniale al fine di imporre il progetto colonialista, è destinato a fallire. La lotta palestinese non è una lotta comune perché così è stata romanzata; è una lotta comune perché il sistema che si è venuto a creare si oppone a tutto ciò che appartiene a questo popolo. Dai suoi albori, il movimento sionista ha inteso colonizzare un territorio e sostituire la popolazione indigena con migranti ebrei. L'ideologia dello Stato di Israele nega l'esistenza del popolo palestinese all'interno del suo territorio. Nel migliore dei casi, i palestinesi sono tollerati, ma questa tolleranza può essere revocata in qualsiasi momento e per una qualsiasi ragione.

Tale orientamento è evidente nelle leggi israeliane e negli ordini militari, così come nelle decisioni dell'Alta Corte e dei tribunali israeliani. La terminologia è un fattore chiave nel classico principio coloniale del "dividi e conquista" e produce divisioni politiche basate sul prerequisito della frammentazione geografica. Israele all'inizio ha avuto bisogno di rompere le relazioni esistenti tra i palestinesi e lo ha fatto attraverso la Nakba, che ha distrutto il tessuto sociale palestinese. I palestinesi che sono riusciti a rimanere nei territori diventati nel 1948 Stato di Israele hanno perso vicini di case e membri della propria famiglia, trasferiti con la forza. Ogni famiglia palestinese è stata colpita dagli eventi della Nakba. Tutti i palestinesi hanno avuto un cugino, una sorella, un cognato o uno zio che sono stati forzatamente espulsi, che hanno perso la propria casa, la loro terra o le loro proprietà.Dopo aver distrutto le relazioni tra persone e comunità, Israele ha mantenuto la dispersione geografica dei palestinesi proibendo loro di tornare nelle proprie case e inibendo la continuità sociale con i palestinesi fuggiti in "Stati nemici" - i Paesi arabi dove la maggioranza dei rifugiati palestinesi sono stati costretti a fuggire. Lentamente, durante gli anni, le relazioni sociali si sono perse. Mantenendo tale discontinuità geografica si è facilitata la creazione della divisione politica.

Da qui nasce il problema intorno al rapporto Al-Majdal. La nostra iniziale intenzione era quella di studiare i palestinesi cittadini israeliani e per questo sono stati raccolti articoli delle organizzazioni che hanno a che fare con questa comunità. Tuttavia, la pratica di considerarli come un'entità separata è problematica: dovremmo provare a rivalutare il modo in cui guardiamo a tale situazione. Siamo consapevoli che, pubblicando un rapporto sui palestinesi cittadini di Israele, cadiamo nel rischio di dividere il popolo palestinese nelle categorie imposte da Israele. Tuttavia il rapporto Al-Majdal sui palestinesi israeliani intende sottolineare chequesto gruppo di palestinesi soffre anch'esso delle politiche israeliane di trasferimento forzato, non si tratta di un caso a se stante. I diritti umani non dovrebbero essere limitati in confini politici o geografici. Il lavoro di Badil è indirizzato verso un approccio olistico della Nakba in corso, che colleghi i diversi confini geografici. Nella nostra analisi il trasferimento forzato all'interno dello Stato di Israele è parte del più ampio esilio del popolo palestinese e andrebbe sempre letto attraverso questa visione - una lotta che riguarda la Palestina storica e include tutti i palestinesi.

Tale visione è vitale per il nostro lavoro per la libertà e i diritti umani del popolo palestinese. Solo una visione appropriata può guidare il linguaggio della nostra analisi. Come organizzazioni e attivisti per i diritti umani, dobbiamo essere cauti nell'articolare la realtà attraverso la terminologia che usiamo. Troppo spesso, ci ritroviamo ad usare termini che sono stati prodotti da Israele perché è Israele che domina la narrativa. Ad esempio, la classificazione di "beduini" che Israele utilizza per definire i palestinesi che vivono in Negev è stata inventata per distinguerli dal resto del popolo palestinese. Sfortunatamente, gli stessi palestinesi spesso si definiscono "beduini", a dimostrazione del fatto che tale separazione è viva anche all'interno della stessa popolazione. Eppure, il trasferimento forzato dei palestinesi beduini del Negev è parte del progetto di espulsione nell'intera Palestina storica e al di fuori, tenendo presente anche i milioni di rifugiati che oggi vivono in esilio forzato e non sono autorizzati a tornate nelle proprie case.

Se la società civile cerca di lottare contro il processo coloniale di trasferimento forzato, non dovremmo stratificare il popolo palestinese, ma piuttosto usare un nuovo linguaggio come battaglia comune al progetto colonialista che tenta di cancellare l'esistenza della comunità palestinese. Non dovremmo indirettamente sostenere la distruzione del popolo palestinese accettando la divisione compiuta dal potere coloniale. Alcuni pensano che sia un vantaggio utilizzare un linguaggio più "leggero" al fine di convincere la controparte e di non essere visti come "radicali". Ma quando si adatta al linguaggio dell'Altro, la gente perde il potenziale di influenza sull'Altro perché si mostra pronta a soccombere alle sue idee e ad adattarsi alla sua terminologia.

Le organizzazioni per i diritti umani dovrebbero guardare a due dimensioni di tempo e spazio. Riguardo al tempo, si deve affermare che l'attuale situazione è connessa con quanto accaduto nel 1948 e anche prima. Riguardo allo spazio, si deve riconoscere che quanto accade oggi a Betlemme, Jenin, Gaza o Gerusalemme accade anche ad Haifa, Jaffa e nel Negev.

Dobbiamo dominare il nostro stesso discorso. Lo possiamo fare introducendo e stabilendo la nostra terminologia. Poiché Israele sta dominando la narrativa, localmente e a livello internazionale, anche le organizzazioni internazionali la utilizzano. Dobbiamo sviluppare un contro-movimento utilizzando termini che riflettano la realtà per quella che è, senza inchinarsi alle pressioni esterne e senza inquadrare la situazione come vuole Israele.

Traduzione a cura della redazione di Nena News

*BADIL è un'organizzazione palestinese e centro di ricerca per la tutela dei diritti di residenza e del diritto al ritorno dei rifugiati.