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editoriale

23 maggio 2013 - STEFAN KASPAR; UNO SVIZZERO INNAMORATO DEL PERU' CHE HA INVENTATO LA RETE DEI MICROCINEMA

In un nomdo che chiude le sale di cinema per farne dei Bingo o dei supermercati, un uomo solo sfida lo strapotere della fabbrica mediatica USA e crea una rete di cinema alternativi nel cuore delle Ande

continua

21 febbraio 2011
A SANREMO CAPOZZI VOLA ALTO PIU' DI BENIGNI

BENIGNI, SANREMO E LA MALAFEMMINA.

Così, irrompendo carnevalescamente a cavallo, sbandierando la bandiera italiana, al 61° Festival della Canzone Italiana di Sanremo, Roberto Benigni ha dato ancora una volta prova di essere il più grande Guitto dello spettacolo italiano, per la sua dirompente comicità, capacità di passare con una disinvoltura diabolicamente angelica, dalla più sferzante satira alla più profonda comprensione dello spirito del tempo; mettendo con forza sul tappeto temi che sembrano ovvi, come il festeggiare l’Unità d’Italia: ma dando ad essi una prospettiva politica, un respiro culturale che va decisamente oltre l’accadimento e la cronaca immediata. E si è confrontato con un testo letterario preciso, l’Inno d’Italia scritto da Goffredo Mameli (Genova,1827- Roma,1849), “Fratelli d’Italia”, composto nel 1847, quando aveva 20 anni, e “non era nemmeno maggiorenne”, come ci ha ricordato lo stesso Benigni amabilmente sarcastico in chiave  antiberlusconiana, musicato dal Maestro Michele Novaro: un testo, talmente “noto” a tutti, fin dalle scuole  Elementari (Primarie), da risultare “insignificante”. Il significato delle cui parole ci sfugge nella loro continuativa ovvietà: coperte dall’abitudinaria pigrizia, di un che cantato come una giaculatoria irriflettuta, quando pure si cantava. Dopo un’ esegesi che illustrava, partendo dallo stesso titolo, le parole al modo suo, con precisione, ma senza impedirsi di gettare strali satirici, come quando nel parafrasare le parole “schiava di Roma”, diceva: “Umberto!, Guarda che è la “Vittoria” ad essere “schiava”, non “Roma”!”, rivolgendosi a Umberto Bossi; Benigni, l’ha recitata. Ciò avveniva in un “pianissimo” appena sussurrato, ma di grande impatto scenico. In un silenzio definito da tutti “irreale”, calava sul pubblico presente in sala e sui 17mlioni e mezzo di spettatori a casa (uno dei picchi d’ascolto dell’intera storia dle Festival), attoniti, coinvolti e commossi, l’interpretazione autentica di quelle parole che all’epoca degli eroici atti di tanti giovani che diedero la vita, come lo stesso Mameli, durante la Repubblica Romana del 1849, per un’Idea, li mossero diventando carne, sangue e passione. Siamo lontani da ogni enfasi nazionalista: l’Unità di cui si parla è il culmine di un processo  storico politico-istituzionale complesso, che vide nella sua prima parte prevalere nettamente istanze popolari, democratiche, per quanto limitate per lo più ad ambienti urbani.  Da notare che esso diventò l’Inno nazionale solo nel 1946, all’indomani della vittoria del Referendum, con la vittoria della Repubblica, abolendo (ed era ora) Casa Savoia, e sostituendo il suo Inno. Quella di Benigni è stata una geniale Lectio Magistralis, “aperta” e popolare, come le sue pregevoli letture dantesche, volta a riflettere e farci riflettere sull’Unità d’Italia, della quale, il 17 marzo del 2011, si festeggia il 150° Anniversario. Oggi, intanto ne parliamo, perché sentiamo il bisogno di difenderla dagli attacchi della Lega Nord. Ma se andiamo a cercare di comprenderne le motivazioni non legate all’immediata attualità, e agli slogan contro il sud e Roma “in generale”, noi  ci rendiamo conto che c’è il vuoto totale. Perché il tanto da loro sbandierato Federalismo, è previsto dalla Costituzione, ed un’Italia “federale” è nell’ottica dello sviluppo della democrazia; mentre il federalismo municipale ora in fase d’attuazione rappresenterà solo un consistente aumento di tasse. La “proposta culturale” vorrebbe essere l’inesistente “nazione padana”, che tra l’altro, non corrisponde nemmeno a quella “celtica”, perché ne sarebbero esclusi gli antichi “veneti”, “liguri” ed “etruschi” (cioè i tre quinti del nord); e di cui  “culto” pagano della “Sacra Polla” dell’acqua del fiume Po, sarebbe la delirante significazione rituale esteriore. Per il resto sono solo slogan di palese rozzezza, con un fondo razzista, che fanno leva su paure sociali diffuse, egoismi, particolarismi sociali, rispetto ai quali si danno risposte demagogiche, che non solo non aiutano a risolvere i problemi, ma li ingigantiscono. Come Benigni, anche il regista Mario Martone, autore del pregevole film “Noi credevamo” (ITA, 10), che è una riflessione di ampio respiro proprio sulla parte più eroica e partecipata del Risorgimento, sostiene che “L’unità d’Italia non si fonda su un dato economico, ma sulla complessità del paese e sulla sua cultura, sulla lingua. E’ in fondo un’unità figlia della lingua e della poesia, dai tempi di Dante”. E aggiunge: “L’antimeridionalismo di Bossi si esprime soprattutto con l’anti-cultura; e io trovo l’anti-cultura più preoccupante dell’anti-politica”. E la stessa kermesse sanremese, col suo imporre in forme nuove, grazie all’attuale presentazione di G. Morandi- L.Bizzarri-P.Kessissoglu-Belèn-Canalis, la melodia italiana, a sua volta rigenerata musicalmente, non è forse il più efficace e vitale segno di unità della nostra nazione? Perché è sentita come parte integrante della cultura popolare “diffusa”, quali che siano i gusti e le critiche che vi si possono muovere: esattamente come la lirica di Leopardi, Pascoli; o la prosa di Manzoni, D’Annunzio, Pirandello, Calvino e Pasolini; e anche di Svevo, che non erra manco italiano. Mi viene da pensare anche ad un’attrice che recentemente ha voluto porre fine ai suoi giorni: si chiamava Maria Luisa Mongini, ma era conosciuta col suo nome d’arte di Dorian Gray (bislacca scelta, perché è un nome maschile), nata a Bolzano nel 1926 -le fonti però sono discordi-, ha conosciuto il grande successo in: “Totò, Peppino e la Malafemmina” (1956) di Camillo Mastrocinque, in cui era la sciantosa, provocante, ma di buoni principi. Elegante, di forte presenza scenica, era donna bella e intelligente; ha recitato anche con Antonioni e altri registi colti, dando costantemente convincenti prove. Il cinema ha di per sé una valenza, direbbe il linguista Di Mauro, pan-italiana; e la comicità di questo film, che è un capolavoro, per quanto stabilmente impostata su Totò e Peppino, era pienamente comprensibile in tutto il paese, e, in un certo qual modo, lo unificava, narrando le differenze tra nord e sud nei modi di porsi e di vivere degli anni 50. La stessa funzione hanno  tantissimi altri film attuali.